Ascoltati: Katatonia - The Great Cold Distance (2006)

Dalla Svezia con modesta depressione.


Etichetta: Peaceville Records
Nazione: Svezia
Versione: CD



IN BREVE:
  1. "Sento la tristezza in me fratello. La sento forte..."
  2. "Mi sembrano i Cure con i Deftones, ma più demoralizzati. Cioè, diciamo."
  3. "Credevo fossero una black doom death depressive suicidal negative metal band! Posers del cazzo!"

INTRODUZIONE:
Per molti musicisti il rinnovamento è da considerarsi pericoloso, deleterio, controproducente. Immobili nella propria culla stilistica, proseguono per percorsi consueti e sicuri, applauditi da orde di seguaci mai sazi della solita poltiglia già masticata e digerita, servita con costanza da premurose mani quasi materne. Band come gli svedesi Katatonia trovano ragione d'esistere solo grazie al costante mutamento, un reinventarsi continuo che può sia sorprendere che fare incazzare, senza per questo risultare scontato o prevedibile. Andiamo ad analizzare un'album che racchiude al suo interno stupore e qualche piccola nota dolente.





APPROFONDIAMO:
Lontanissimi dagli esordi doom death metal, i Katatonia hanno plasmato il proprio sound attraverso svariate release, lasciando intatta l'evidente vena malinconica da sempre presente nelle proprie note, modificandone i mezzi espressivi ma non la sostanza. “The Great Cold Distance” è un'album moderno e corposo, stracolmo di chitarre compresse dal forte accento americano, movimentate e sempre attente al groove tanto caro ai distratti consumatori odierni, aiutati anche da una produzione cristallina, chirurgica e potente. Quello che differenzia le composizioni degli svedesi da migliaia di band della scena metal attuale è l'onnipresente melodia, satura di una malinconia che passa dallo struggente al rassegnato nel giro di qualche riff di chitarra. Striscianti come serpenti, le linee melodiche s'insinuano tra il muro eretto da chitarre nervose e dinamiche, creando un dualismo sonoro che si muove con disinvoltura tra attimi di negatività imperante ed energici sussulti di rinascita. La voce di Jonas Renkse si staglia sicura e personale, senza eccedere in sterili virtuosismi tecnici ma amalgamandosi alla perfezione con il mood generale dell'opera, tassello imprescindibile e caratterizzante di tutti i brani presenti nell'album. Innegabile l'influenza dei Tool, sopratutto negli arrangiamenti ritmici, anche se si lavora più di cuore che di cervello. Brani come “Follower” o “Increase” alternano possenti fraseggi metal dalle ritmiche ricercate a momenti di quiete introspettiva di grande intensità, miscelati con esperienza e gusto. Purtroppo alcuni episodi smaccatamente pop (“My Twin”, “In the White”) non convincono appieno, risultando incompiuti e leggermente fuori contesto, incentrati sulla riuscita del ritornello giusto da cantare sotto la doccia, con tanto di testicoli danzanti ad accompagnare il tutto. Il pregio principale di “The Great Cold Distance” è di crescere ascolto dopo ascolto, accalappiando l'attenzione con una finta orecchiabilità ma svelandosi lentamente ed in maniera organica, lasciando all'ascoltatore quella piacevole sensazione d'appagamento e di scoperta emotiva che vale la pena ripetere più e più volte.





GRAN FINALE:
  • La sintesi tra malinconia ed energia (sembra uno slogan per delle merendine emo).
  • La prestazione vocale di Jonas Renske.
  • I brani smaccatamente pop risultano semplici ed inutili riempitivi.


HIGHLIGHTS:
  • Soil's Song.
  • Consternation
  • Follower
  • Increase



FATTORE NICOTINA:










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